Trama: Da quando i genitori sono rinchiusi nell’Oltretomba, Carla e Marco sono stati affidati ad Anita, che viveva da sola. Crescono, e la loro esistenza è splendida, perfetta, come se qualcuno vegliasse su di loro. Negli anni, piccoli particolari mettono in dubbio la realtà in cui vivono, ma non ci fanno caso. A 37 anni hanno entrambi una famiglia e vivono lei a Belgrado, lui a Glasgow. Un giorno succede qualcosa che li mette davanti al fatto che la loro vita non è reale. Dopo una lunga ricerca scoprono di essere nella mente di Fiamma, che dopo essere saltata nel vuoto è in coma e sta immaginando quel mondo e le loro vite.
Sviluppo: Clicca sui nomi in basso per leggere come ogni partecipante ha svolto il capitolo, partendo dalla trama.
“How can Superman fly?”,
oppure… “Ladies and gentleman… what if you where Superman?”.
“Superman, due punti, HOW?”,
“Is it a bird? Is it a plane? No! It’s physic!”
Marco cerca il titolo giusto per la Lectio Magistralis a cui era stato invitato.
«Potrei iniziare con una provocazione: lancio un oggetto nell’aula e poi “Why does it fall? Why Superman does not?”».
Pensa così e tira fuori il telefono dalla tasca giusto in tempo per vedere comparire il nome di Carla sullo schermo. Telepatia? Premonizione? No, sono gemelli. Tra i gemelli funziona così.
«Ciao Carla»
«Ciao Marco»
«Come stai?»
«Bene, aspetta: Andrej, Andrej! smettila. Fammi parlare con tuo zio, molla quel pupazzo! Tuo nipote oggi ha deciso di restare in punizione tutto il pomeriggio. Allora, ti senti pronto?»
«Sì, mi sento pronto. Ho deciso che…»
«ANDREJ! MOLLA SUPERMAN!».
A 2700 km di distanza, al terzo piano di via Makedonska 31, Belgrado, Andrej, anni 3, lancia il pupazzo di Superman che plana su un bicchiere mandandolo in mille pezzi. Marco sente il rumore del vetro come se fosse caduto dietro di lui. In effetti è così: al bar davanti al campus scozzese un boccale di birra si è schiantato a terra. È un caso? Telepatia? No, sono gemelli, tra i gemelli funziona così.
«Marco, sei ancora lì?»
«Sì sono ancora qui»
«Andrej! Rientra subito in casa! Aspetta Marco, si sta annuvolando.».
Marco ascolta. Guardando a terra vede la sua ombra scomparire. In un attimo, il Sole, il rarissimo Sole scozzese viene coperto da scuri nuvoloni. Un caso? Telepatia? No. È il tempo di merda di Glasgow e tra gemelli funziona così.
«Pronto, Marco, sei ancora lì?», «Sì, sono qui». Un tuono romba lontano dietro le spalle di Marco, Andrej scoppia a piangere a 2700 km di distanza.
«Hai sentito, Marco?
«Sì, ho sentito, Carla»
«Qui sta per venire giù il finimondo.»
“LIBERA!”
Marco alza gli occhi al cielo.
«Lo vedi anche tu?», chiede Carla.
«Sì lo vedo.»
“LIBERA!”
Un ombra scura copre Marco, il bar del campus scozzese e tutto il resto dell’Università.
«Oh my God, what the hell is that?». Marco guarda in alto, si gira per rispondere a una biondina spaventata: «È un orsetto, un orsetto gigante. A bear, a huge teddy Bear my dear!».
«What does it says on it?», «C’è scritto “Guarisci presto”. Get well soon».
«Marco sei ancora lì?»
«Sì, ci sono.»
«Lo vedi?»
«Sì, lo vedo.»
“LIBERA!”
«Mi fa male il petto, Marco.»
«Anche a me, Carla.»
Le nuvole si diradano a Glasgow, le nuvole si diradano a Belgrado.
Un uomo enorme, con gli occhiali, una mascherina sulla bocca e un defibrillatore in mano, compare tra le nubi e la pioggia. Con due enormi mani poggia due enormi elettrodi a terra. Uno a Glasgow, nel cortile della University of Physics and Astronomy. L’altro in via Makedosnka.
Marco e Carla, ancora al telefono, lo guardano.
«Che strano vero?»
“LIBERA!”
«Cosa Carla?»
“LIBERA!”
«Non esistere. Sembravamo così reali.»
“LIBERA!”
Fiamma è in coma. Un orsetto sul comodino. Vetri rotti a terra e un’infermiera mortificata. Una sigla, che viene dalla tv sospesa al muro. È un cartone animato di un vecchio supereroe, che può volare.
Quando Fiamma era partita alla ricerca di Biagio, aveva chiesto alla sorella Anita di prendere i figli in custodia; ai tempi avevano circa vent’anni. L’anno successivo passò alla storia come quello “della Guerra dei Mondi”.
Grazie all’intervento di Dio, il caos generale durò solo un anno e non lasciò strascichi, tranne per il fatto che Fiamma e Biagio sparirono e non furono più ritrovati.
Un duro colpo per Carla e Marco che, però, con spirito intraprendente, portarono a termine gli studi (Giurisprudenza lei, Fisica lui), si dedicarono alle loro passioni (il calcio lui, il violino lei) e svilupparono amicizie ed affetti, fino a trovarsi a 37 anni felicemente sposati, con numerosi figli e carriere di successo. Carla era diventata un’avvocatessa per i diritti civili a Belgrado e aveva sviluppato una proposta
di pace per la conclusione della controversia tra Serbia e Kosovo. Marco era
un fisico esperto di spazio celeste e lavorava nella filiale di Glasgow di
un’impresa aerospaziale indiana che aveva superato il primato di SpaceX nel settore. Era stato il coordinatore del progetto che aveva sviluppato la prima navicella capace di arrivare su Marte.
Vite talmente di successo da non sembrare vere. E infatti.
Un giorno Carla, in vena di amarcord, volle comprare quel libro di storia sull’Anno della Guerra dei Mondi che aveva visto una volta in libreria. Ma, con sua grande sorpresa, il libraio le disse di non sapere nulla di una vera Guerra dei Mondi, se non come titolo di un romanzo. Carla raccontò l’aneddoto agli amici, che a loro volta le confermarono di non aver mai sentito parlare di un evento simile.
Nel contempo, Marco pensò di fare un viaggio a Roma per visitare la vecchia casa di famiglia. Arrivanto nella cara, vecchia Via Lanusei, scoprì che la villetta in cui credeva di aver vissuto per tanti anni semplicemente non c’era, e nessuno ricordava che ci fosse mai stata.
Carla e Marco si parlarono e si accorsero di sentirsi entrambi straniati. Si incontrarono per cercare, nelle biblioteche e negli archivi pubblici, qualche riferimento alla storia che credevano di aver vissuto e alla loro casa, senza trovare assolutamente nulla.
Si misero a pensare per provare a capirci qualcosa e si resero conto di non essere loro a pensare, ma di essere pensati. Erano, infatti, entrambi pensieri di Fiamma, in coma all’Ospedale dei Castelli dopo la caduta dal quinto piano.
Il cielo era azzurro, sempre azzurro, senza una nuvola. Da che ricordava, Marco, non c’era mai stato nella sua vita un cielo minaccioso o un temporale che lo avesse colto senza ombrello. In realtà, a pensarci bene, nessun evento della sua vita lo aveva mai trovato impreparato, era come se avesse avuto una risposta per ogni domanda. Anzi, come se le stesse domande si modellassero sulle risposte che aveva sempre a portata di mano. Una vita perfetta, una felicità completa, un’esistenza appagata.
Che palle!
Dopo trentasette anni di perfezione non sopportava più quella vita da film della Disney dove ogni stramaledetto uccellino fischiettava ammiccante. Ma chi la vuole una vita così? Chi li vuole gli uccellini? Mai un intoppo, mai un inciampo, tutto mostruosamente perfetto. Come uscire da questo incubo? Ci aveva provato a fare andare male le cose, partendo da piccolissime strategie.
Piano piano, si ripeteva, salterà il meccanismo. Aveva rimandato la sveglia, per esempio. La aveva volutamente ignorata, posticipandola all’infinito. Otto. Otto e cinque. Otto e dieci. Otto e quindici. E così via. Fino a quando, ormai stremato, aveva spento per l’ultima volta il display alle diciotto e trenta del giorno dopo.
“Ho mancato l’appuntamento”, pensava, “qualcosa succederà, come minimo riceverò una lettera di richiamo”. Ma, accesa la radio, una notizia incredibile: una voragine aveva inghiottito il suo ufficio! Quel rimandare la sveglia lo aveva salvato! “Riproviamo: che si può fare per mandare in tilt il sistema? Accumulerò la posta, non la leggerò più, la metterò impilata sulla mia scrivania ignorando qualsiasi richiesta, qualsiasi scadenza, qualsiasi pagamento. Qualcuno verrà a bussare alla mia porta per reclamare attenzione?”
Certo che erano andati, ma per dirgli che nelle ultime settimane uno spregiudicato attentatore aveva inviato a casaccio lettere esplosive. Sarebbe bastato aprirle per essere ridotto in minuscoli frammenti di carne e ossa.
“Menomale! Menomale!”, ripeteva incredulo l’artificiere.
Ogni tentativo falliva, ogni nuova domanda che poneva all’universo trovava sempre solo una risposta: quella giusta. Scippare una vecchia? Eroe: hai sottratto la borsa a una nota criminale di zona. Imbrattare un muro? Encomio: il cittadino modello che crea arte nelle periferie svantaggiate.
E così via. Più in basso scendeva, più in alto catapultava la sua vita. Sempre più su. Sempre più lontano dalla verità vera e cioè che “La vita è una pecionata, la vita di tutti lo è. Perché la mia no?”
Quando Biagio morì, Carla e Marco avevano 19 anni. Da quel momento andarono avanti a fatica, senza poter nemmeno stare accanto alla loro mamma, o alla persona in cui la loro mamma si era nascosta a loro insaputa: Anita, che nel frattempo per lo shock era stata portata in una clinica psichiatrica.
Anni dopo i due fratelli si erano sposati e sistemati all’estero. Avevano avuto figli, trovato il lavoro dei loro sogni e cercavano di vivere una vita tranquilla, nonostante piccoli avvenimenti turbassero ancora le loro giornate, specialmente quando si ritrovavano a Roma per qualche ricorrenza o festività.
Una domenica, mentre erano tutti a pranzo insieme, videro al TG un inviato tornato sul luogo di un omicidio avvenuto qualche anno prima, ancora irrisolto. Il posto era identico a casa loro.
Lo stesso pomeriggio, a Carla capitò un fatto strano: aveva aperto il cassetto del comò per recuperare una maglietta, quando fu attratta da un oggetto che luccicava. Un istante dopo si trovò tra le mani un coltello macchiato di sangue imputridito.
Ma la cosa che più la sconvolse accadde circa un mesetto dopo, mentre si trovava a Belgrado, dove viveva felice con la sua famiglia: la polizia italiana la stava cercando per aver ucciso suo padre.
«Ma cosa state dicendo?», chiese lei sbalordita.
«Signora, abbiamo trovato l’arma del delitto con le sue impronte sopra.»
Carla chiamò immediatamente Marco, per avvisarlo dell’accaduto, e i due si diedero appuntamento a casa della madre. Appena arrivati, trovarono la casa transennata e accerchiata da molti giornalisti. Subito dopo Anita veniva portata via in manette, mentre Biagio giaceva in fin di vita su una barella. Un attimo dopo Biagio iniziò a correre verso il parco dietro casa, dove l’aspettava una donna che stava seduta sotto un albero con un coltello tra le mani. I due si baciarono. Poi fu la donna che si mise a correre. La seguirono, riuscendo a starle a stento dietro. Dopo un po’ la trovarono sul balcone di un ospedale. Entrati dentro anche loro, cominciarono a cercare quella donna. Fiamma si stava forse svegliando dal coma?
DA INSERIRE
Carla è invitata a Glasgow per un concerto: entusiasta, comunica a Marco che in città dovrebbero già esserci i manifesti. Lui, però, ha da tempo il biglietto per il derby a Londra. Come dirglielo?
Toh, ecco la locandina. “Dove sei, Carla?” La rilegge una, due, volte… ma la terza non la trova più.
Chiama il teatro. Prima rispondono con gentilezza: «Non c’è nessun errore». Poi, seccati: «Dobbiamo lavorare. No, mai sentita!»
Forse si è sbagliata e la data è un’altra… “Magari riesco ad andare al derby”, pensa.
Dalla morte dei genitori le loro strade si erano separate, ma in 17 anni non avevano mai smesso di seguire le mosse l’uno dell’altra, sempre pronti a ritrovarsi, nonostante lei vivesse a Belgrado con la famiglia, cercando di conciliare la carriera di avvocato con la passione per la musica.
La chiama. Lui, all’inizio, non capisce: “Come sarebbe a dire che non la conoscono?”
Un’ora dopo, Carla è ancora al telefono, in lacrime come mai negli ultimi 17 anni. Racconta di aver cercato le vecchie locandine del concerto di cinque anni prima, nello stesso teatro, ma di non aver trovato nulla. Né di quel concerto né di altri. Le è crollato il mondo addosso, proprio ora che il suo Giorgio è lontano e che non è nemmeno riuscita a contattarlo.
Marco decide di raggiungerla e si precipita in aeroporto. Prova a chiamare zia Anita, ma il telefono è spento. O forse non sente, sorda com’è. Vuole stare vicino a Carla, rassicurarla, aiutarla a trovare questo dannato concerto.
“Caspita, qualche locandina doveva averla tra le ultime mail! E se provasse a cercarle sul web?” Allegro, la richiama. Ma lei lo gela: ci aveva già pensato, ma non risultava nulla. Sembrava non essere mai esistita.
Marco replica appena: “Sto arrivando.”
Quando chiamano il volo l’hostess rifiuta di farlo imbarcare perchè non è nella lista dei passeggeri. Marco s’infuria, minaccia di chiamare la polizia e lei lo prega di farlo, perché il suo documento non risulta autentico: quel nome non esiste. A Marco torna in mente che non aveva ancora potuto sposare Judy perché non riusciva ad ottenere i documenti dall’Italia, non lo trovavano all’anagrafe.
E ora, tutti i puntini di sospensione diventano voragini in cui affondano la sua vita e quella di Carla. Le voci si confondono, le immagini si dilatano e d’improvviso Carla è al suo fianco, con la stessa espressione stupita, con lo stesso dubbio che li riporta davanti ad un capezzale, dove un corpo inanimato sembra sorridere loro.
Ore 4:30. Come ogni 14 febbraio, alla stessa ora, ogni anno, il telefono di Marco squilla. È sempre Carla a telefonargli per gli auguri di compleanno perché le tradizioni che portano bene vanno rispettate.
La prima volta era accaduto esattamente 17 anni prima, all’età di vent’anni. Quell’anno era successo qualcosa di grandioso: la fine della vicenda dal sapore un po’ di telenovela brasiliana e un po’ di thriller gotico che vedeva protagonisti i loro genitori.
Tutti i genitori fanno danni, solitamente, ma Fiamma e Biagio avevano esagerato. La scomparsa dei due, che non avevano lasciato traccia se non qualche cartella esattoriale, era stata per loro un vero sollievo. Una svolta.
Dopo soli quattro anni, Marco si era laureato in fisica con una tesi sull’insoluto Teorema della gravità quantistica. Quattordici mesi dopo, aveva risolto lo stesso Teorema. E dopo diciotto mesi era tornato a casa in prima classe da Stoccolma con il premio Nobel nella cappelliera dell’aereo. Il primo dei tre che avrebbe vinto nei successivi dodici anni.
Carla, a differenza del precoce fratello, si era laureata quattro anni fuori corso. La passione per il violino aveva preso il sopravvento durante gli anni universitari. Suonare con le più grandi orchestre sinfoniche del mondo era stata effettivamente un’attività inconciliabile con gli studi in legge. Appeso il violino al chiodo, Carla si era dedicata alla sua seconda grande passione: il diritto internazionale. Grazie a lei tutto il continente africano si era riunito sotto un unico Stato, un’unica bandiera, e tutte le popolazioni di quelle terre vivevano in pace, amore e prosperità.
La telefonata di quell’anno, iniziata come al solito, era finita, invece, in maniera inimmaginabile. Una goccia di sudore freddo, nello stesso momento, aveva attraversato la fronte di entrambi, generata dallo stesso sospetto che improvvisamente li aveva attanagliati mentre venivano a conoscenza di una stranissima coincidenza che li accomunava.
“È pensabile riuscire a trovare parcheggio sempre esattamente davanti al luogo dove si è diretti?”
No. Non è possibile. In nessun luogo del mondo. Ma, a quanto pare, per loro questo era stato un assioma non valido, e in qualsiasi luogo fossero diretti, a qualsiasi ora, c’era sempre un parcheggio lì davanti ad attenderli. Che ci fosse lo zampino della madre in questa faccenda era apparso subito chiaro.
Marco era saltato sul primo volo diretto Glasgow-Avezzano, e Carla aveva fatto lo stesso, prenotando il Belgrado-Avezzano delle 16:52.
Zia Anita, la persona che li aveva sostenuti fino ad allora, non si era tirata indietro neanche in questa circostanza. Li aveva condotti in soffitta, dove c’era il libro di magia che la loro famiglia si tramandava da anni, con il quale Fiamma stessa aveva aperto il portale tra i due mondi. Formulando un paio di frasi impronunciabili, aveva rivelato loro una cosa inimmaginabile e una cosa immaginabile.
La prima era che la vita che stavano vivendo era frutto della mente della mamma in coma.
La seconda era che la mamma restava la solita stronza ficcanaso.
“Marco, come stai? Rispondimi presto!”
Carla inviò il messaggio a notiziario ancora in corso: la Scuola d’Arte di Glasgow era in fiamme. Proprio il giorno in cui lui vi teneva il seminario sulla fisica del fuoco! Qualcuno stava lanciando un segnale? Ma chi?
Si erano riavvicinati da pochi mesi, dopo anni passati a tirar su le rispettive famiglie, ed erano stati mesi di sorpresa e gioia, a partire da quella coincidenza scioccante, che li aveva visti spedirsi la medesima rivista l’uno all’altra. Da lì avevano iniziato a scambiarsi messaggi, testi e immagini che indagavano una stupefacente teoria di similitudini nelle riflessioni e negli sguardi con cui avevano prima notato e poi sempre più attentamente scandagliato il mondo.
All’inizio lei aveva attribuito il fenomeno alla persistenza di reminiscenze sovietiche nel mondo della moda di Belgrado. Era incredibile il fattore risparmio, si diceva, ma possibile che usassero tutti la stessa modella? Lui le aveva risposto con immagini delle commentatrici calcistiche, oramai onnipresenti nei talk show sportivi. Acconciature e tacchi a parte, non si poteva non notare una straordinaria similitudine tra tutte loro.
Il gioco li aveva presi e li aveva riavvicinati, ma non era stato l’unico argomento delle loro conversazioni. Entrambi, infatti, avevano un amore e un cruccio: la passione per il fuoco. Se ne erano resi conto solo in seguito, ma passi, scelte, riferimenti erano stati evidenti: lei l’arrampicata, che aveva lo stesso simbolo del fuoco; lui il campo di studi e quell’ossessione per L’Oiseau de feu di Stravinsky.
I figli, Semal per lei, Estia per Marco, erano stati entrambi scelti dal lungo elenco dei seguaci del portatore di Luce, Lucifero, il Grande Bagliore. E poi quella passione per “Le rovine circolari” di Borges, in cui l’incendio risparmia il protagonista. Quei tre aggettivi finali: “con umiliazione, sollievo, orrore!”. Un’inquietudine che li aveva nutriti e ossessionati tutta la vita.
E ora il fuoco nella scuola dove Marco stava tenendo la sua lezione.
Carla, per sedare l’angoscia, frugò per l’ennesima volta nel cassetto dello stipo della nonna. Quella busta le era nuova. Aprendola, sbiancò: la nonna da giovane, una stampa e una figura con le commentatrici, identica alla modella!
Provò a chiamarla, ma lei non rispondeva mai a quest’ora. Cercò la sua posizione su Maps e la ritrovò, sempre lì, alla Quisisana a Roma.
Ma cosa poteva esserci in quella clinica che la facesse uscire ogni giorno in orario di visita?
Un brillante bagliore le arrivò dal tramonto riflesso nello specchio.
Una fiammata illuminante: Fiamma?!
Eh, no, il cellulare in Chiesa no!
La Cardinala di Avezzano si stranì, interrompendo la cerimonia mentre le note di “Sister Moonshine” dei Supertramp echeggiavano tra le navate.
Carla fulminò suo fratello con lo sguardo, mentre lui cercava in ogni tasca della giacca l’infernale biscotto trillante. Sua moglie mise una mano nella tasca posteriore dei suoi jeans, prelevando il suo Apple 32 e affogandolo nell’acquasantiera.
Fu l’episodio più dibattuto intorno ai tavoli del pranzo, soprattutto dalla famiglia dello
sposo, tra una masticazione e l’altra.
«Certo ci danno giù», fece Marco all’orecchio della sorella, durante il giro dei tavoli.
«Oh, non ce la fai proprio, neanche oggi, eh?»
«Se non altro danno ragione al suo soprannome», ridacchiò. «Magno» è la parola che lo definisce meglio, con tutta la sua famiglia.
«Oh, una battuta nuova», fece sarcasticamente lei. «Rassegnati. Ormai è tuo cognato. E comunque il pranzo lo pago io con i proventi del Dead Aid, va bene?».
«Ma dico io, con tutti i vivi che c’erano, proprio lui dovevi sposare?»
«Sei solo invidioso perché nonostante il tuo Nobel è comunque più famoso di te.»
Non aveva tutti i torti. Alla fine del caos di tanti anni prima, non tutti i morti erano tornati nell’Oltretomba, e alcuni di loro erano rimasti per caso nell’aldiquà. Diventati minoranza, avevano finito per essere bersaglio delle maggioranze di ogni nazione dove, ovviamente, nessuno li voleva.
Il più carismatico di loro si era iscritto all’università di Belgrado per padroneggiare gli strumenti legislativi di difesa. E al concerto per la sua laurea, il primo violino,
dell’orchestra, ovvero Carla, era capitolato di fronte al suo sguardo. Quello di Alessandro Magno.
Si domandò cosa ne avrebbero pensato i grandi assenti della cerimonia.
Entrambi avevano speso anni a cercarli, ma non erano riusciti a saperne nulla. Eppure, Marco non soffriva la loro assenza. Sembrava come se ogni notte uno di loro, a turno, appoggiasse la mano sulla sua fronte per farlo dormire sereno. Per 17 anni, tutto sommato aveva fatto una bella vita, ma curiosamente, non aveva sognato mai. Così come Carla.
«Ma te… non la trovi strana questa cosa del non sognare mai? Dico, proprio mai?», le
chiese.
«Che ti devo dire? Mi ci sono abituata.»
«Mah»
Bevendo il suo spumante, Marcò si trovò ad alzare lo sguardo e a fissare le due splendide lune nel cielo al tramonto.
«Sembrano due occhi», disse la sorella prendendolo sottobraccio.
«Già. Grigi e luminosi come…»
«Come quelli di mamma.», concluse lui, mentre le lune sembravano diventare sempre più grandi.
«Forse ho capito perché non sogniamo»
Lo sguardo della sorella era terrorizzato.
«Siamo noi il sogno», furono le ultime parole di Marco mentre il buio li inghiottiva.
Carla e Marco ricordano la madre scomparsa nel nulla: precipitata da un palazzo, mai più rivista, neanche in un funerale che potesse sancire un addio definitivo. Crescono con Anita, la zia taciturna che li ama come figli; eppure persino Anita, col suo coraggio e le sue premure, è parte di un orizzonte vago, come se la sua figura non avesse radici ben piantate nella realtà. Il confine tra vero e immaginario, in effetti, si è rotto nel medesimo istante in cui Fiamma si è lanciata nel vuoto.
La vita dei due fratelli, scandita da eventi sin troppo favorevoli, ha sempre suscitato in loro una lieve apprensione. Un brivido inspiegabile che si presentava al buio, o mentre uno specchio restituiva un volto con sfumature estranee, o in quegli incubi in cui intravedevano Fiamma fluttuare sospesa, richiamando un luogo in cui gli esseri non muoiono per davvero. Tuttavia, l’esistenza quotidiana li ha visti crescere sereni, lei musicista a Belgrado, lui architetto a Glasgow, e Anita rimasta a Roma ad aspettarli per le festività. Una bolla di normalità così perfetta da sembrare imposta da qualcun altro.
La rottura di questo fragile incantesimo inizia in una notte d’inverno, quando Carla e Marco ricevono la notizia che Anita è in ospedale, in gravissime condizioni. Accorrono e trovano una situazione grave ma stazionaria. Tornati a casa trovano molto disordine: foto, scatole e lettere non ancora aperte. In quei fogli ci sono le tracce di Fiamma: referti medici che parlano di un coma irreversibile, data la caduta da un’altezza impressionante. Notano strane frasi: “Siamo figli di un sogno”, “Nulla di ciò che viviamo ha sostanza”. Le parole di una mano incerta e agitata sembrano indicare che anche la zia è parte della medesima visione nata nella mente di Fiamma.
Il turbamento li spinge a rileggere ogni dettaglio: date, fotografie, persino disegni infantili. Tutto converge su una realtà assurda, eppure coerente: la caduta di Fiamma avrebbe generato un mondo immaginario dove lei ha continuato a vivere vite su vite in una trama che spiegherebbe perché ogni coincidenza sia stata provvidenziale, perché non abbiano mai avuto problemi economici reali, perché persino i contorni delle città in cui vivono paiono sfumare non appena la loro attenzione si fa più acuta.
Carla sente la gola serrarsi. Se Anita stessa è un costrutto onirico, cos’è ora la sua famiglia? Su quali radici si regge il suo matrimonio, i suoi figli? Marco la guarda con gli occhi colmi di domande troppo grandi per trovare risposta. E se Fiamma, dopo anni di coma, fosse vicina al risveglio? Cosa accadrebbe a questa fitta trama di persone e luoghi?
In un silenzio scosso da pensieri cupi, decidono di cercare l’ospedale dov’è ricoverata Fiamma. Forse incontrarla, anche solo in quella stanza immobile, aiuterà a capire quanto di vero scorra nelle loro vene. Ma l’ansia di sparire, di svegliarsi dissolti, pesa su ogni passo. Mentre escono di casa, salutano con uno sguardo la stanza dove Anita, fino a poche ore prima, era viva e cosciente: anche lei, ora lo sanno, è un frammento sospeso nella mente di Fiamma.
Chiusi in un abbraccio, Carla e Marco si preparano a un viaggio che li potrebbe condurre all’unica origine certa: il corpo in coma di quella madre che, saltando da un palazzo, ha generato un mondo intero. Se riusciranno a risvegliarla, o se desidereranno farlo, resta un dubbio doloroso. Cosa ne sarà di loro – e di Anita – se il sogno svanirà?
DA INSERIRE
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Dal laboratorio Scritture Aperte
C’è vita su morte
Questo capitolo fa parte di un’ipotesi di iperromanzo dal titolo provvisorio “C’è vita su morte”, scritta durante il laboratorio Scritture Aperte 2024-25. In ogni incontro viene assegnato ai partecipanti un punto di inizio e un punto di fine e ognuno scrive la propria versione liberamente. Il risultato è un multiverso: ogni capitolo racconta un punto di vista diverso, un universo possibile della storia.
